PORTO BADISCO · OTRANTO

Storia

DI CLEMENTE LEO

Porto
Badisco

Porto Badisco non è soltanto una perla naturalistica ammirata da tanti viaggiatori tra i quali il noto pittore Philipp Hackert, ma anche scenario di innumerevoli vicende umane.

Nella sua insenatura l’uomo ha vissuto sin dalla preistoria: la Grotta dei Cervi, scoperta nel 1970, era, già nell’Eneolitico, punto di riferimento delle popolazioni tribali sparse nei territori circostanti, che in certi giorni dell’anno vi affluivano per celebrare riti iniziatici di passaggio, come emerge dalle misteriose pittografie di guano di pipistrello sparse sulle rocce sotterranee che l’hanno resa famosa in tutto il mondo.

Il nome Badisco, riecheggiante l’etimo greco “bathùs”, significa “poco profondo” e rivela da sé la natura del luogo e la sua speciale attitudine a rassicurare gli uomini e ad accogliere i piccoli navigli, come già colse il più grande umanista salentino del ‘500, il Galateo, nell’opera geografica “De Situ Japigiae”, dove descrisse il porto come limite meridionale dell’amenissima valle di Badisco solcata da gorgoglianti ruscelletti.

Porto Badisco è l’unica insenatura, dal Capo d’Otranto al Capo di Leuca, in grado di offrire, per naturale conformazione, riparo dai rabbiosi venti del quadrante settentrionale. Lungo i millenni ha rappresentato la meta anelata da ogni navigante sorpreso al largo o sotto costa in quel tratto di mare dall’improvvisa furia del maestrale, della tramontana e del grecale. Non a caso alcuni antichissimi commentatori virgiliani individuarono in Porto Badisco il nascosto “Portus Veneris” cui il timoniere Palinuro, solcando il canale d’Otranto, indirizzò sicuro il naviglio partito, col favore dei venti, dalle coste ceraune per trasportare Enea ed Anchise in Italia. Le numerose anfore di varie epoche antiche rinvenute sul fondo marino, soprattutto all’esterno dell’imboccatura del porto attestano lo sfortunato destino di quanti, nei secoli, non riuscirono a vincere la furia degli elementi ed a raggiungere la salvezza.

Porto Badisco fu anche luogo di violenze: quante volte le sue sponde furono percorse da ciurme più o meno numerose di pirati e predoni, soprattutto saraceni e mussulmani, che risalendo l’ancestrale letto fluviale che conforma l’insenatura, raggiunsero i casali dell’interno per operare razzie, saccheggi e rapimenti di uomini, donne e bambini destinati ad alimentare il commercio di schiavi nelle piazze orientali e nordafricane? Non è dato saperlo, ma di certo il 13 giugno 1630 150 “turchi” sbarcati a Badisco saccheggiarono Cerfignano, Minervino e Cocumola, dove la popolazione si asserragliò nella torre difendendosi eroicamente fino all’arrivo della vigilanza costiera armata, che riuscì ad ammazzare alcuni pirati, a catturarne altri ed a mettere in fuga il resto della masnada. Ed ancora il 19 luglio del 1712 vi approdò una nutrita ciurmaglia di pirati montenegrini che, arrampicandosi sulle scoscese sponde del canalone, raggiunse Uggiano per tentare razzie, ma fu costretta a tornare precipitosamente indietro dalla reazione violenta degli abitanti, che inflisse loro gravi perdite di truppe ed ufficiali. Nel tardo luglio del 1480 Badisco offrì le sue sponde anche all’approdo di un grosso contingente armato turco che cinse d’assedio Otranto da sud, razziando e spopolando l’entroterra idruntino. Agli inizi dell’800 la sua spiaggia ospitò perfino uno scontro armato tra una ventina di giovani uggianesi inquadrati nella Guardia Civica e guidati dal sindaco Luigi Pirrone e un contingente anglo-siculo sbarcato con l’intento di sobillare le popolazioni locali contro gli occupanti francesi: lo slancio eroico dei giovani uggianesi, culminato nel lancio di pietre dopo l’esaurimento delle munizioni, costrinse i soldati a risalire in fretta sulla nave da dove erano sbarcati e ad allontanarsi velocemente dal porto.

Per proteggersi dall’espansionismo ottomano Carlo V fece realizzare a Porto Badisco, tra il 1567 ed il 1575 una poderosa torre d’avvistamento, armata di bocca da fuoco. La torre, la più maestosa del tratto di costa dalla Palascia a Santa Cesarea, fu collocata tra la coeva torre di S. Emiliano a nord e a sud la torre del Vento, o di Porto Fondo, più conosciuta come torre di Minervino in quanto principalmente quella universitas era gravata della manutenzione e delle mesate di “caporali”, “scoltieri” e “cavallari”. La torre di Badisco fu eretta a spese della universitas di Uggiano, che per oltre tre secoli sostenne i costi della manutenzione e della vigilanza costiera occupandosi anche dei cordoni sanitari nei periodi di pestilenza. Essa fu quasi completamente distrutta durante il conflitto anglo-francese nell’estate del 1810 dalle batterie dalla fregata inglese Leonidas, comandata dal Luogotenente J.W. Bazalgette, impegnata nel blocco navale nello Ionio teso ad impedire i rifornimenti alle truppe francesi stanziate sulla terraferma. Gli ultimi blocchi della gloriosa torre, collocata nell’attuale giardino della villa detta “La Torre” di proprietà Papadia, furono rimossi ai primi del ‘900.

Ma Porto Badisco è stato anche luogo di laboriose attività. Già i romani, dopo la conquista del V secolo a.c. ne avevano fatto uno scalo secondario per l’imbarco dei prodotti agricoli dell’entroterra. Nell’alto medioevo alla comunità cenobitica facente capo all’abbazia di San Nicola di Casole cui apparteneva la chiesetta di Santa Maria detta comunemente “la Sodia” (probabilmente dal greco “Eusodia” che indica l’episodio della presentazione della Vergine al tempio), sita nell’odierna piazzetta Consiglio ed officiata sino agli inizi dell’’800 dal capitolo uggianese, furono attribuiti dalla corona normanna alcuni beni siti in questa località, tra i quali la piccola salina, nel posto oggi detto comunemente “Tagliate”. La grotta “Salinaci” (nota oggi come “grotta di Enea”), che svolgeva funzioni di ricovero dei marinai durante le operazioni di carico e scarico e di luogo di quarantena degli equipaggi nei periodi di pestilenza, deve il suo nome proprio alla contiguità con la piccola salina.

La attività svolte a Porto Badisco furono spesso illegali: il contrabbando del sale, genere di monopolio sin dai tempi delle monarchie angioine e aragonesi, fu praticato per secoli lungo le sue scogliere nonostante il controllo doganale e la pesante repressione giudiziaria protrattasi fino agli albori del XX secolo.

Ai monaci dell’abbazia appartenne per secoli anche il laghetto d’acqua dolce situato dietro la spiaggia di Badisco, utilizzato come peschiera fino agli anni ’30 del XX secolo, quando vennero realizzati importanti interventi di bonifica idraulica che modificarono radicalmente il territorio.

Le attività commerciali raggiunsero l’apice tra il XVII ed il XVIII secolo, quando la rarefazione delle incursioni turchesche ed il miglioramento delle tecniche produttive favorì l’incremento dei raccolti cerealicoli e la ripresa delle esportazioni. In quel periodo e fino all’introduzione dei dazi all’esportazione, a metà del ‘700, il porticciolo delle “Tagliate” si popolò di vascelli d’ogni provenienza, di marinai, di carri, di bastasi e calafati, e si iniziò lo spianamento della scogliera per favorire le operazioni di imbarco delle merci sui vascelli ancorati in porto sotto la protezione della artiglieria della torre.

Dalla metà del ‘700 il commercio conobbe un lungo e costante declino, e la località si ridusse a porticciolo di un minuto drappello di pescatori, divenuto, col tempo, sempre più esiguo. A fine ‘800 fu eretta una prima costruzione per ospitare le guardie doganali e sorsero primi casotti, fino all’espansione edilizia del secondo dopoguerra ed alla rinascita, a partire dagli anni ’70, come località turistica.

Porto Badisco è tutto questo, ma resta soprattutto un luogo dell’anima: la sua insenatura protetta d’ogni lato e le sue basse e limpidissime acque, vitalizzate da numerose sorgenti carsiche di gelida acqua dolce, dona a chi vi si immerge una sensazione unica ed irripetibile di protezione e dolcezza materna, serenità e refrigerio, che fascina indissolubilmente l’ospite e lo costringe a un perenne ritorno.